per approfondire:  articoli e scritti su Santa Lucia

ultimo aggiornamento: sabato 07 dicembre 2002

Titolo:

"Che belli quegli anni, quando ci regalavano castagne e arance"

Autore:

Paolo Aresi

Quotidiano:

Data di pubblicazione: 12 Dicembre 2001

Sono passati tanti anni, tanti anni... quando ero ragazzo, Santa Lucia e Natale erano «la» grande festa. Arrivavano anche i regali, ce li facevano trovare fuori dalla camera, sopra i sacchi del grano. Oggi sembra incredibile: i doni erano un po’ di castagne e nocciole, un torrone di quattro per due centimetri e un’arancia. Non ho mai avuto un giocattolo. Però il torrone era confezionato con una carta bella, colorata. E le nocciole andavano a prenderle i nostri genitori dietro il Formico, verso il Farno e ci mettevano diverse ore di cammino».

Giuseppe Visinoni è nato a Rovetta 94 anni fa e lavora ancora, dà una mano nell’azienda del figlio Franco a Sorisole. Giacca e cravatta, Visinoni dimostra una lucidità straordinaria, ricorda in maniera perfetta avvenimenti che risalgono al 1912, 1913. Ricorda:

I doni di Santa Lucia erano gli stessi del Natale. Però la sera prima del 13 dicembre anche noi bambini di quel tempo preparavamo un po’ di fieno, una ciotola d’acqua e un po’ di crusca che mettevamo ai piedi del sacco. Al mattino non c’era più niente e sul sacco trovavamo quei pochi dolci. Ma per noi era una grande festa. E mi ricordo la paura quando mio padre o mia madre ci minacciavano e dicevano che se non eravamo bravi la Santa Lucia non sarebbe passata...
E poi c’era la tradizione della scarpa. La sera prima di Santa Lucia portavamo una vecchia scarpa dalla zia Giuseppa e poi il giorno dopo tornavamo e la trovavamo piena di castagne e nocciole e, quando eravamo fortunati, ci trovavamo anche un’arancia. Era davvero una festa. Capisco che per i bambini e per i ragazzi di oggi è incomprensibile. Ma noi eravamo felici davvero, per quella manciata di castagne ci batteva il cuore.

 Giuseppe Visinoni guarda fuori dalla finestra, verso il Canto Alto, e gli occhi azzurri gli sorridono.

Il mio primo giocattolino me lo portò mia cugina che lavorava in Svizzera, ricordo la gioia che provai quando lo portai all’asilo. Non mi pareva vero. Era una figurina di legno dotata di una molla che saliva e scendeva, c’era anche il carillon. Ai miei occhi era la meraviglia. E poi, un po’ più avanti, il mio papà un giorno mi costruì una pallina di legno partendo da un bastone cilindrico, lavorò di sega e coltello e poi giocò con me: avevamo fatto una buca in terra e bisognava centrarla con la palla.
Lo ricordo bene mio padre, era un tipo tranquillo, riservato.
Nella nostra famiglia nacquero tredici bambini, ma dieci morirono piccoli. Era normale allora, li chiamavano i mortini, i "murtì". Era un altro mondo, così diverso da quello di oggi. Ricordo che in autunno andavamo nel campo a fare pascolare la vacca e quasi ogni pomeriggio sentivamo il rintocco della campana, allora mia mamma con un’espressione di tranquilla rassegnazione commentava: "Ah, l’è ü murtì". Ricordo quei funerali, c’era il prete, un ragazzo con la croce e qualche familiare che portava in braccio la cassetta... C’era un altro senso della morte. Ricordo che si diceva: "Almeno lui è andato a stare bene, è in Paradiso..."».

Le case dei contadini nella montagna bergamasca erano pressoché tutte uguali. A pian terreno c’erano il silter e la stalla con davanti il portico; una scaletta di legno conduceva al primo piano dove erano ricavate due stanze e davanti avevano la lobbia, il terrazzo. Sopra, al secondo piano, c’era il fienile. Su un lato del cortiletto era ricavata la cucina, in un altro angolo c’era la latrina. Quando arrivava Natale, i contadini accendevano un lumino davanti al quadretto della Natività e quello era il loro presepio.

Il presepio bello c’era soltanto in chiesa, noi bambini lo ammiravamo: ricordo che una volta ci misero anche il fiume con l’acqua che scorreva. Era una meraviglia, certo!
Il Natale lo trascorrevamo per tanta parte in chiesa, si andava alla Messa prima e poi alla Messa cantata, alle 10. Ricordo l’odore del Natale. Quando si usciva dalla chiesa nelle vie del paese si sentiva odore di buono, odore di burro soffritto, di cose gustose. A mezzogiorno si mangiavano «polenta consa » e «gnoc de farina». Poi c’era la gallina ripiena bollita. E magari ci scappava anche una fetta di salame. Finito il pranzo si andava tutti in chiesa alla dottrina. Come alla Messa, le donne prendevano posto sui banchi dietro e gli uomini stavano davanti. Quando il sacerdote predicava sul pulpito che stava a metà della chiesa, fra i settori maschile e femminile veniva tirata una tenda: gli uomini non dovevano vedere le donne in chiesa. I bambini fino ai 6-7 anni stavano con le mamme, dopo andavano con i papà. E la sera di Natale, come ogni sera, si recitava il Rosario, però ricordo che si dicevano anche delle orazioni in più.

In quegli anni nevicava forte, le nostre valli si imbiancavano a novembre e la coltre restava fino a marzo. Racconta Giuseppe Visinoni:

Ricordo che tante volte a Santa Lucia c’era la neve e noi modellavamo i pupazzi di neve e giocavamo a scivolare sul ghiaccio con i sacchi perché non avevamo le slitte. Più di una volta, verso Natale, mio padre saliva in cima alla casa a buttare giù la neve perché era talmente alta che rischiava di sfondare il tetto.

Conclude:

Parlo di tanti, tanti anni fa. Quando arrivò la prima guerra mondiale io ero ormai già grandicello... Sembra di parlare non solo di un altro tempo, ma di un altro luogo, di un altro mondo. Invece no. È tutto successo qui, in questa valle, sotto queste montagne.