Sono passati tanti anni, tanti
anni... quando ero ragazzo, Santa Lucia e Natale erano «la» grande
festa. Arrivavano anche i regali, ce li facevano trovare fuori dalla
camera, sopra i sacchi del grano. Oggi sembra incredibile: i doni
erano un po’ di castagne e nocciole, un torrone di quattro per due
centimetri e un’arancia. Non ho mai avuto un giocattolo. Però il
torrone era confezionato con una carta bella, colorata. E le nocciole
andavano a prenderle i nostri genitori dietro il Formico, verso il
Farno e ci mettevano diverse ore di cammino».
Giuseppe
Visinoni è nato a Rovetta 94 anni fa e lavora ancora, dà una mano nell’azienda
del figlio Franco a Sorisole. Giacca e cravatta, Visinoni dimostra una
lucidità straordinaria, ricorda in maniera perfetta avvenimenti che
risalgono al 1912, 1913. Ricorda:
I doni di Santa Lucia erano gli
stessi del Natale. Però la sera prima del 13 dicembre anche noi
bambini di quel tempo preparavamo un po’ di fieno, una ciotola d’acqua
e un po’ di crusca che mettevamo ai piedi del sacco. Al mattino non
c’era più niente e sul sacco trovavamo quei pochi dolci. Ma per noi
era una grande festa. E mi ricordo la paura quando mio padre o mia
madre ci minacciavano e dicevano che se non eravamo bravi la Santa
Lucia non sarebbe passata...
E poi c’era la tradizione della scarpa. La sera prima di Santa Lucia
portavamo una vecchia scarpa dalla zia Giuseppa e poi il giorno dopo
tornavamo e la trovavamo piena di castagne e nocciole e, quando
eravamo fortunati, ci trovavamo anche un’arancia. Era davvero una
festa. Capisco che per i bambini e per i ragazzi di oggi è
incomprensibile. Ma noi eravamo felici davvero, per quella manciata di
castagne ci batteva il cuore.
Giuseppe Visinoni guarda fuori dalla finestra,
verso il Canto Alto, e gli occhi azzurri gli sorridono.
Il mio primo giocattolino me lo
portò mia cugina che lavorava in Svizzera, ricordo la gioia che
provai quando lo portai all’asilo. Non mi pareva vero. Era una
figurina di legno dotata di una molla che saliva e scendeva, c’era
anche il carillon. Ai miei occhi era la meraviglia. E poi, un po’
più avanti, il mio papà un giorno mi costruì una pallina di legno
partendo da un bastone cilindrico, lavorò di sega e coltello e poi
giocò con me: avevamo fatto una buca in terra e bisognava centrarla
con la palla.
Lo ricordo bene mio padre, era un tipo tranquillo, riservato.
Nella nostra famiglia nacquero tredici bambini, ma dieci morirono
piccoli. Era normale allora, li chiamavano i mortini, i
"murtì". Era un altro mondo, così diverso da quello di
oggi. Ricordo che in autunno andavamo nel campo a fare pascolare la
vacca e quasi ogni pomeriggio sentivamo il rintocco della campana,
allora mia mamma con un’espressione di tranquilla rassegnazione
commentava: "Ah, l’è ü murtì". Ricordo quei funerali, c’era
il prete, un ragazzo con la croce e qualche familiare che portava in
braccio la cassetta... C’era un altro senso della morte. Ricordo che
si diceva: "Almeno lui è andato a stare bene, è in
Paradiso..."».
Le case dei contadini nella montagna bergamasca erano
pressoché tutte uguali. A pian terreno c’erano il silter e la stalla
con davanti il portico; una scaletta di legno conduceva al primo piano
dove erano ricavate due stanze e davanti avevano la lobbia, il terrazzo.
Sopra, al secondo piano, c’era il fienile. Su un lato del cortiletto
era ricavata la cucina, in un altro angolo c’era la latrina. Quando
arrivava Natale, i contadini accendevano un lumino davanti al quadretto
della Natività e quello era il loro presepio.
Il presepio bello c’era
soltanto in chiesa, noi bambini lo ammiravamo: ricordo che una volta
ci misero anche il fiume con l’acqua che scorreva. Era una
meraviglia, certo!
Il Natale lo trascorrevamo per tanta parte in chiesa, si andava alla
Messa prima e poi alla Messa cantata, alle 10. Ricordo l’odore del
Natale. Quando si usciva dalla chiesa nelle vie del paese si sentiva
odore di buono, odore di burro soffritto, di cose gustose. A
mezzogiorno si mangiavano «polenta consa » e «gnoc de farina». Poi
c’era la gallina ripiena bollita. E magari ci scappava anche una
fetta di salame. Finito il pranzo si andava tutti in chiesa alla
dottrina. Come alla Messa, le donne prendevano posto sui banchi dietro
e gli uomini stavano davanti. Quando il sacerdote predicava sul
pulpito che stava a metà della chiesa, fra i settori maschile e
femminile veniva tirata una tenda: gli uomini non dovevano vedere le
donne in chiesa. I bambini fino ai 6-7 anni stavano con le mamme, dopo
andavano con i papà. E la sera di Natale, come ogni sera, si recitava
il Rosario, però ricordo che si dicevano anche delle orazioni in più.
In quegli anni nevicava forte, le nostre valli si
imbiancavano a novembre e la coltre restava fino a marzo. Racconta
Giuseppe Visinoni:
Ricordo che tante volte a Santa
Lucia c’era la neve e noi modellavamo i pupazzi di neve e giocavamo
a scivolare sul ghiaccio con i sacchi perché non avevamo le slitte.
Più di una volta, verso Natale, mio padre saliva in cima alla casa a
buttare giù la neve perché era talmente alta che rischiava di
sfondare il tetto.
Conclude:
Parlo di tanti, tanti anni fa.
Quando arrivò la prima guerra mondiale io ero ormai già
grandicello... Sembra di parlare non solo di un altro tempo, ma di un
altro luogo, di un altro mondo. Invece no. È tutto successo qui, in
questa valle, sotto queste montagne.
|