per approfondire:  articoli e scritti su Santa Lucia

ultimo aggiornamento: domenica 03 marzo 2002

Titolo:

Un vecchio proverbio: «Santa Lösséa l’è ol dé piö cört che ghe séa»

Autore:

Luciano Ravasio

Quotidiano:

Data di pubblicazione: 9 Dicembre 2001

 

Tra breve è la festa di santa Lucia
saturnale di bimbi e ricordi smarriti
mi piace inventarti da santa Lucia
ed essere il primo dei tuoi preferiti:
io sono il somaro che porta i tuoi doni
tu sei la mia mamma e non m’abbandoni.

 La sestina precedente fu il sottoscritto a formularla per omaggiare una donna angelicata che non gradì. Si meritava un sacco di carbone e una scatola di fich d’àsen. Già! Ma dove trovarli? Sono i somari a quattro zampe che scarseggiano da un po’ di tempo a questa parte. Una volta si riservava agli asinelli un posto d’onore nell’olimpo poetico. Il grande poeta francese Francis Jammes dichiara di voler andare in paradiso in loro compagnia: «Prenderò il mio bastone e andrò sulla strada maestra e dirò ai miei amici asini: - Io sono Francis Jammes e vado in paradiso poiché anche l’inferno è annientato dalla misericordia divina. Dirò: venite dolci amici del cielo sereno, povere care bestie che scacciate tafani, api e percosse con un brusco scarto d’orecchie. Fra questi animali voglio comparire al Tuo cospetto. Li amo perché abbassano il capo dolcemente e si fermano giungendo i piccoli zoccoli. Arriverò seguito dalla loro miriade di orecchie, seguito da quelli che portano ceste sui fianchi, da quelli che trascinano carrozzoni di saltimbanchi o carrozzelle di piumini e di metallo, da quelli che portano sul dorso bidoni ammaccati.».

All’elenco di Jammes manca l’asinello che trasporta i regali per i bimbi buoni, il somarello di S. Lucia:

L’asinello nella notte
trotterella, trotterella,
porta in groppa il suo cestello pieno d’ogni cosa bella.
Santa Lucia la vien di notte, con le scarpe tutte rotte (per il lungo cammino): 
tu vieni a tarda sera
quando l’aria è nera
e vieni con l’asinello al suon del campanello.

 La sua notte l’è la piö lónga che ghe séa (spiegheremo poi perché): lunga come la trepida attesa che tiene svegli fino a tardi i bambini in molte case lombarde, d’Italia e d’Europa.
Tutti ricordiamo che tortura era per noi ragazzi resistere al sonno e alla tentazione di spiare la santa col bumbù (con i dolci), ma per farla scappar via bastava che lei ci ascoltasse fiatare fuori dal letto, come spiega poeticamente Carmelo Francia:

I s-cècc i sà che di ólte,
per fala scapà vià,
l’è assé che lé i a scólte,
föra del lècc, bofà.

I ragazzi sanno che a volte,
per farla fuggire,
basta che lei li ascolti,
fiatare fuori dal letto

Ora che è scaduto per noi il tempo dei sogni, ci sembra più sincero che mai l’avvertimento che il poeta dà ai più piccini: 

Gh’è i sògn in d’öna sèsta
de tö e de caressà.
Lassévei mia scapà.
Fin che pödì fì festa!

Ci sono sogni in una cesta
da raccogliere e da accarezzare.
Non lasciateveli sfuggire.
Finché potete fate festa!

 

IL GIORNO PIÙ CORTO

S. Lösséa l’è ol dé piö cört che ghe séa

S. Lucia è il giorno più corto che ci sia

recita il proverbio. C’è di più: Da santa Lucia a Natale il dì allunga un passo di cane. 

Una massima salentina, pur servendosi di un altro animale, sostiene la medesima tesi:

De Santa Lucia llunnghisce la dìa
quantu l’ècchiu de l’addina mìa. 

A Santa Lucia il giorno comincia ad allungarsi lentamente
quanto un occhio o un passo di gallina. 

Similmente i francesi sostengono che a S. Lucia le giornate aumentano di un passo di pulce:

À la sainte Luce,
les jours augmentent du saut d’une puce. 

Sbagliano i proverbi? Già il Tiraboschi, citando il detto precedente, annotava:

 «I disprezzatori dei proverbj sono lieti di poterne dimostrare l’erroneità».

Ma i nòscc vècc i ghe tegnìa sentìàgn a fà ü proèrbe, impiegavano cent’anni a formulare un proverbio e dunque, le massime popolari non errano, è il calendario che, come vedremo, ha subìto una revisione.

Le massime sopra menzionate si rivelano, invece, ulteriori prove della vetustà e della pertinenza dei proverbi. Il 13 dicembre, infatti, nel sec. XIV e prima della riforma del calendario giuliano attuata nel 1562 da Papa Gregorio XIII, coincideva col solstizio d’inverno. Corre l’obbligo di accennare alla riorganizzazione gregoriana del calendario.

 

QUANDO IL MONDO SALTÒ 10 GIORNATE

 «Accadde, nel 1582, - scrive Domenico Del Rio - che il mondo saltò dieci giornate. Dal 4 ottobre passò direttamente al 15. Avvenne che ai morti, anagraficamente, fu allungata la vita di dieci giorni, e a tutti i vivi, sempre anagraficamente, ne furono tolti altrettanti. Santa Teresa d’Avila, per esempio, morì, secondo natura, il 5 ottobre di quell’anno. Invece, secondo il calendario, fu costretta a morire il 15, che è il giorno, infatti, in cui cade adesso la sua festa. Fu un papa, quando i papi comandavano sui calendari, a fare questa doverosa amputazione ai giorni dell’anno, per rimediare a certi errori di calcolo astronomico fatti secoli prima. Quel papa si chiamava Gregorio XIII - Ugo Boncompagni - era bolognese e figlio di un commerciante.
La riforma del calendario, che si chiamò poi «gregoriano», avvenne per riparare alcuni piccoli errori commessi da Giulio Cesare. Il conquistatore delle Gallie, quando volle mettere ordine nel computo dei giorni e degli anni ad uso dei romani e dei loro sudditi, si rivolse all’astronomo egiziano Sosigene. Questi fissò l’anno di 365 giorni e sei ore. In realtà, dicono gli esperti, doveva essere di 365 giorni, cinque ore, quarantotto minuti primi e 46 secondi. Quel Sosigene era bravo, ma quell’errore di una dozzina di minuti era tale da portare scompiglio nel calendario per i secoli futuri. Tanto più che i cristiani dovevano fare i calcoli per fissare la Pasqua ogni anno, legata all’equinozio di primavera. Per via di quei minuti, nel secolo XVI, secondo il calendario ufficiale, l’equinozio doveva cadere l’11 marzo. Scienziati, matematici, re, papi e imperatori si erano dati a far calcoli per correggere il tempo ufficiale. E fu così, infine, che Gregorio XIII, con la bolla «Inter gravissimas», decise di fargli fare un balzo avanti, mutilandolo di dieci giorni. Fu un astronomo gesuita tedesco che propose di sopprimere dieci giorni in ottobre. Perché proprio in quel mese? Perché, spiegò il gesuita, ottobre è il mese che conta meno feste religiose e anche perché gli uomini d’affari lavorano poco in quel periodo». 

 

UN’ANTICA BALLATA BERGAMASCA

Ma Santa Lucia non è soltanto dispensatrice di doni, è anche la protettrice della vista.
Il suo nome significa luce e la sua figura è l’equivalente cristiano della dea Aurora, lo precisa Alfredo Cattabiani nel volume Calendario. 
Il compito di proteggerci dai mali della vista compete alla martire siracusana Lucia perché, stando alla leggenda, si strappò gli occhi e li consegnò su un piatto d’argento al principe che si era invaghito di lei, pur di non cedergli.

A questo episodio si ispira la seguente «ballata-orazione » dalla trama rocambolesca:

Santa Lucia l’era öna bèla figlia
l’era divota di Santa Maria
Santa Lucia la va del süo pader
a tö quel bé che gh’à lassàt sò mader.
Ol bé che t’ha lassàt la tüa mader
l’è gnanc’assé de daga ai poverelli.
Quand la sènt ixé
Santa Lucia alsa gli occhi
e poi la se n’va via.
Quand fò stada a la mèza strada
incontrò ’l fiöl del re di Franza.
Ol re di Franza a l’ vèd sta bèla figlia,
a l’ ghe dimanda se la völ maridarsi.
- Piötost che maridarmi vó a negarmi
e pò in questo mondo ritornare. -
Quand a l’ sènt ixè
ol re di Francia a l’ va a casa,
a l’ sa trà in lècc malato.
 - No gh’è nissü che pò farmi guarire
sol che gli occhi di Santa Lucia. -
Quand la sènt ixé
Santa Lucia cava gli occhi
e li mèt sö la bassila; - la bassila
l’è di oro e d’argento,
al re di Francia sì ghe la presento...

In tempi di donatori d’organi, la situazione ci strappa un sorriso, senza dubbio non irriverente... Ma il re di Francia che era abituato a ben altro, non si scompose più di tanto, e questo nonostante si ritrovasse sulla bassila, cioè il vassoio, due begli occhioni. 
L’orazione ha, infatti, un epilogo degno della Lucia di Lammermoor. L’amore, ancora una volta, trionfa sulla morte:

Ol re di Francia l’ vèd sto bèl presento:
Cavò gli occhi senza complimento.
O ’ndé o ’ndé a tömela,
se no la öl venire, strassinémela;
o viva o morta mé voglio vederla,
o viva o morta mé voglio guardarla,
nel mio palazzo voglio ’mbalsamarla.

 La giusta colonna sonora, dopo siffatta esternazione, non può che essere la romanza: «Verranno a te sull’aure i miei sospiri ardenti». Ma Lucia è una santa, non un’eroina da palcoscenico, bisogna dunque pregarla e imitarla - nei limiti del possibile...

A ’ndà in Paradìs
gha öl la scala
no la ghe öl gné di oro gné di argento
ci völ impó del süo pentimento.