per approfondire:  articoli e scritti su Santa Lucia

ultimo aggiornamento: sabato 07 dicembre 2002

Titolo:

Si sana cupis lumina...

Autore:

Enzo Pagliara

Rivista:


Iconografia - Devozione - Collezionismo di Immaginette Sacre
Edita da: Barbieri Editore - Manduria
Pagine:  11-15
Data di pubblicazione: Ottobre-Dicembre 1998

I versi riportati a lato sono le strofe di un responsorio del rituale della perinsigne Basilica Cattedrale di Gallipoli che, in forma di historiola, canta le virtù di Santa Lucia, vergine e martire siracusana, e ne impetra la protezione.

La copiosa ed inusitata letteratura agiografica degli ultimi anni - a me sembra - si è affannata per richiamare l'attenzione sulla scarsa attendibilità di tante passiones contenute nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine in altre fonti, rivoluzionando, contraddicendo e, di più, gettando un certo scompiglio - è troppo? - tra le schiere dei devoti e dei molti cultori di agiografia.

Alla luce delle tendenze della "santologia" post-conciliare, una dei santi che, pur non colpiti da ostracismo per mancata storicità, s'è vista contestare il proprio patronato, per carenza storica di analogico contrappasso nel martirio, è proprio Santa Lucia. Non è storicamente provato il suo martirio agli occhi nè, tantomeno, sono pensabili tutte le mirabolanti intromissioni divine intercorrenti tra la condanna per rifiutata abiura e l'esecuzione capitale con lo squarcio alla gola - storicamente provato? - secondo alcuni esempi di iconografia magistrale (vedi Carlo Dolci - Firenze).

Si sana cupis lumina
vei puritatis gratiam
Siracusanam Lùciam
preca lauda et invoca.

Rit.:
Te precor Sancta Lùcia
ut locus custodias
ab omni morbo eripias
etfato pellas omnia.

Mundana sprevit gaudia
tyranni vincit impetus
immota fit divinitus
cum ducitur ad turpia.

Rit.

In vita exorans gratiam
audivit haec a superis
praestare quod tu poteris
a nobis quare postulas.

Rit.

Exultet ergo Italia
sicania canat insula
quot gratias quot miracula
a Sancta accepit Lucia.

Rit.

Se brami occhi sani
ovvero la grazia della purezza
la siracusana Lucia
prega loda invoca.

Rit:
Ti prego Santa Lucia
affinchè (mi) protegga gli occhi 
(mi) liberi da ogni male
e allontani (da me) ogni sciagura.

Disprezzò le gioie terrene
vinse l'impeto del tiranno
per divino volere restò immobile
mentre condotta all'infamia.

Rit.

Implorando la grazia in vita
ascoltò queste cose dal Cielo
quanto tu potrai ottenere deh,
chiedilo per noi.

Rit.

Esulti dunque l'Italia
canti la sicula isola
chi grazie e chi miracoli
ottiene da Santa Lucia

Rit.

Allora il patronato di Santa Lucia sarebbe un abuso perpetrato nei secoli? E se così, ci sarebbe tra le ignare vittime di tale abuso il "sesto tra cotanto senno" che, pure, ebbe seri problemi alla vista e, una volta esaudito, eternò la sua gratitudine nel divino poema (Par. XXXII, 137). E che fine dovrebbero fare le migliaia e migliaia di "mascherine" auree, argentee o ceree che, quali ex-voto, coprono interi muri nei santuari luciani (Siracusa, Erchie - Br, Scorrano - Le)?

A ben rifletterci, però, io non vedo che sia cambiato nulla circa il rapporto tra devozione religiosa e patronato speciale nelle malattie della vista verso Santa Lucia, almeno nulla che non rientri nei normali parametri del ridimensionamento della portata della devozione popolare in ambito magico-sacrale per effetto dei cambiati moduli culturali della società contemporanea.

Io penso che la Santa siracusana continuerà a conservare la sua "titolarità" protettiva della vista se non altro per il fatto che il suo nomen assimila in termini naturali il concetto di luce, di occhi, di vista. E poi le sedimentazioni culturali attuatesi in modo meravigliosamente spontaneo nei secoli non potrebbero essere mai "cassate" dalla tradizione dei popoli, dall'Italia ai paesi scandinavi, alle Americhe, all'Australia, cattolici e protestanti, per effetto di quell'incontrollabile koiné (propagazione - imitazione - emulazione) di un fenomeno che la sensibilità umana sa veicolare fino agli angoli più riposti.

La festa di Santa Lucia - 13 dicembre - è il preludio alla Festa della Luce - 25 dicembre ("Il popolo che camminava nelle tenebre vide una Grande Luce...") - e il periodo che separa queste due ricorrenze sono dodici giorni; "dodici", un numero altamente simbolico, di sapore biblico. Sono anche dodici i giorni che separano il Natale dall'Epifania -6 gennaio - ancora una festa della Luce, della stella luminosa dei Magi, della Luce che si manifesta ai magi-uomini di tutti i tempi.

C'è da aggiungere, anche, che alla festa di Santa Lucia sono riferiti alcuni proverbi della cultura naturalistica ed astronomica della civiltà contadina salentina:

te Santa Lucia lu cècere alla via a Santa Lucia si piantano i ceci
te Santa Lucia 'ncurtisce la notte e 'llunghisce la tia quantu lu pete te la 'mpolla  a Lucia s'accorcia la notte e s'allunga il giorno quanto l'ampolla mia
te Santa Lucia a Natale tutici giurni 'ndava pe 'ffare pane e 'ncofanare da Santa Lucia a Natale ci sono dodici giorni per fare il pane ed il bucato

 

Crocevia di  culture questo Salento, ieri come oggi: "tia" dallo spagnolo "dia", "'ndave" dal francese "il y a".

 

 

 


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Milano, S.Lega Eucaristica, n.141

 


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Bologna, Salvardi

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Ringraziamo per la collaborazione l'Editore.